
La Madonna del Parto è un’opera di Piero della Francesca, tra le più straordinarie ed enigmatiche del Rinascimento.
È conservata a Monterchi, definita “pensosa Demetra cristiana, testimone del mistero eterno della generazione” da Charles de Tolnay.
Per Antonio Paolucci (in “La Madonna del Parto 1993”), la Madonna del parto è l’esatta traduzione figurativa dell’Ave Maria “Benedicta tu es in mulieribus et benedictus fructus ventris tui”. Giustamente egli sottolinea la capacità di Piero della Francesca “di sacralizzare il vero e, allo stesso tempo, di dare al sacro l’evidenza di un naturalismo archetipo”
È invocata anche da Dante nel canto XXXIII del Paradiso:
Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile et alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio;
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che l’suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
La Madonna del Parto e Monterchi condividono una storia indissolubile che ha origine tradizionalmente nel 1459, quando Piero della Francesca si recò a Monterchi in ricordo della madre Monna Romana di Perino, nativa del piccolo borgo.
L’affresco, di cui ancora oggi è ignota la committenza, secondo gli studi effettuati, oscilla tra il 1450 e il 1465 e realizzato nellla Chiesa di Santa Maria di Momentana o in Silvis, alle pendici della collina conosciuta con il toponimo di Montione (Mons Iunonis), luogo conosciuto fin dall’antichità, legato a culti pagani della fertilità.
Piero dipinse l’opera nella parete di fondo della Chiesa sopra un affresco Trecentesco più piccolo, di ignoto autore locale, raffigurante una Madonna col Bambino, recentemente dichiarata una Madonna del Latte, rinvenuta nel 1911 dal restauratore Domenico Fiscali in occasione dello stacco della Madonna del Parto, voluto dalla Regia Soprintendenza ai monumenti, per ragioni di tutela e manutenzione.
Nel 1785 il Comune di Monterchi scelse il sito di Momentana per la costruzione del cimitero, dopo aver ricevuto grazia da parte del vescovo Roberto Costaguti, il quale rilasciò al Comune tutto ciò che esisteva nella Chiesa a condizione che “la manutenzione della cappella ed altare da erigersi” fosse a carico della comunità di Monterchi”.
La Chiesa venne demolita per due terzi della sua lunghezza, adattando a cappella la parte superiore restante.
La Madonna del Parto è riuscita a giungere nel terzo millennio nonostante due disastrosi terremoti che danneggiarono gravemente la Cappella del cimitero di Monterchi: il primo nel 1789 e il secondo, particolarmente distruttivo del 26 aprile 1917.
In questa occasione il prezioso dipinto fu tolto e dato in custodia temporanea alla locale famiglia Mariani.
Nel 1919 venne trasferito nella Pinacoteca di Sansepolcro e nel 1922 venne ricollocato a Monterchi nella Cappella del Cimitero.
Nella primavera del 1944 il governo dispose di concentrare in ricoveri sicuri i principali capolavori italiani per sottrarli ai bombardamenti e ai saccheggi dei tedeschi: nell’elenco figurava anche la Madonna del Parto.
Giunte le autorità a Monterchi, nelle persone del professor Mario Salmi dell’Università di Firenze e il dottor Ugo Procacci delle Gallerie fiorentine, si sparse tra la popolazione locale la voce che fossero tedeschi travestiti. Le donne monterchiesi, a difesa della Madonna, suonarono le campane e “a quel richiamo da tutte le parti cominciò a radunarsi una folla sempre più minacciosa di paesani e di contadini, armati di randelli e zappe”, così racconta Piero Calamandrei in un bellissimo articolo pubblicato nella rivista “Il Ponte”.
Il podestà di Monterchi, per preservare l’opera da possibili danni bellici, fece chiudere con una parete di mattoni la nicchia che la conservava.
Nel 1950 fu chiamato il restauratore Dino Dini, che eseguì un primo intervento conservativo.
La Cappella venne interessata da importanti lavori di ristrutturazione nel 1955-1956, che mutarono l’orientamento originario est-ovest in favore di un nuovo asse nord-sud, con la chiusura dell’antico ingresso settecentesco e l’apertura di un nuovo sul lato meridionale.
Di conseguenza la Madonna del Parto, dalla posizione originaria nella parete di oriente, fu collocata nella parete nord. Con questo intervento si distrusse tutto quello che restava dell’antica chiesa e si collocò il dipinto in una posizione ben lontana dalle condizioni di luce in cui era stata affrescata da Piero della Francesca.
Agli inizi degli anni novanta, in occasione del quinto centenario della morte di Piero della Francesca si rese indispensabile effettuare il necessario restauro conservativo, affidato alle mani esperte di Guido Botticelli, sotto la direzione della Soprintendenza di Arezzo.
La Vergine si mostra al popolo dei fedeli al centro di una tenda preziosa foderata di pelli di vaio, come un’apparizione, eppure viva e reale nella sua freschezza, poco più che adolescente, il volto incantevole, gli occhi leggermente a mandorla e la pelle chiara e luminosa.
I biondi capelli sono stretti in trecce sottili girate intorno al capo e trattenute da una fascia di leggero tessuto candido che gira sulla fronte perfetta e si incrocia con semplice eleganza passando dietro le orecchie.
I contorni purissimi del viso sono sottolineati dal segno sottile, ma netto di contorno: ha una sicurezza e un’incisività confrontabile solo con le più alte capacità espressive del disegno fiorentino, a cui Piero appare qui ancora fortemente legato.
Questo volto è di una bellezza che non ha confronti nella storia dell’arte: sa unire l’assoluta naturalezza di una semplice fanciulla di paese a qualcosa di regale, ma soprattutto di soprannaturale, forse per la luminosità perlacea dell’incarnato che sembra emanare luce propria.
È una donna come tutte le altre, incinta, giovanissima e immersa nell’attesa del nascituro che cambierà la sua vita, ma è anche la prescelta da Dio come strumento di redenzione.
L’immagine è un’esaltazione della maternità. Alta e bellissima nella sua gravidanza avanzata, resa evidente dalla posizione di tre quarti: la futura madre posa la mano destra con gesto protettivo sul corpo rigonfio che preannuncia l’arrivo del Salvatore e lo presenta all’adorazione dei fedeli.
Il realismo straordinario di questa figura giunge al punto tale che l’artista ha rappresentato la Madonna come un’immagine vera di gestante: con il rigonfiarsi del suo corpo ha allargato i lacci della veste mostrando il candore della camicia che corrisponde alla linea bianchissima della scollatura quadrangolare.
Nei primi anni del XV secolo Romana da Monterchi andò in sposa a Benedetto de’ Franceschi, appartenente ad una famiglia di mercanti di Sansepolcro. Da quell’unione nacquero alcuni figli, tra i quali Piero, futuro pittore, matematico e trattatista. E’ questa la prima notizia certa dei rapporti che il pittore di Borgo Sansepolcro si trovò ad avere con Monterchi, ma non sappiamo quale frequentazione ebbe Piero con il luogo di origine della madre. Certo è che la sua presenza a Monterchi è attestata dalla Madonna del Parto, dipinta alla metà del XV Secolo nella chiesa di Santa Maria di Momentana.
La madre di Piero morì il 6 novembre del 1459 a Sansepolcro, dove con ogni probabilità fu sepolta, mentre finora non sono stati individuati documenti che configurino il lavoro a Monterchi come un omaggio alla sua famiglia materna. Anche la tradizione che Piero si fosse innamorato di una contadina del posto e avrebbe raffigurato il suo volto su quello della Madonna del Parto non trova riscontri.
In sostanza le risposte al perché Piero lavorò a Monterchi sono ancora da ricercare. Una traccia è data dal culto della fecondità che Piero, per volontà dello sconosciuto committente, avrebbe rinnovato nella particolare iconografia del suo affresco. Ma il mistero che avvolge le origini di questo capolavoro non oscurano la grandiosità di una delle opere più significative del Rinascimento. Ancora oggi le dolci colline che circondano Monterchi, i suoi coltivi e i piccoli borghi, il fiume Cerfone che scorre sinuoso nella pianura, fanno tornare alla mente i paesaggi di Piero della Francesca e rendono il piccolo paese tappa obbligata per scoprire l’arte del sommo pittore.



